Parlar materno [I]

Qui per l’articolo di Galatea.

Ahahah, ho guardato ora la data di pubblicazione del post: mi rendo conto che riaprire la discussione dopo tutto questo tempo possa risultare futile e un po’ rude, ma la mia curiosità a proposito del problema linguistico ha avuto la meglio!

Ho letto che già un paio di persone hanno sollevato la questione della lettura e comprensione della domanda nel contesto, e dunque non vado oltre sull’argomento, perché mi sembra che ci sia, almeno su questo, un certo tacito accordo. (Galatea infatti ribatteva a Matteo solo sull’aspetto linguistico dell’esempio del contadino/allevatore; esempio comunque non adatto, direi: “se possiede delle mucche non è un contadino” non è logica tanto buona o stringente, a casa mia.)

Invece mi interessava molto la querelle sull’ammissibilità dell’interpretazione “Enrichesca”, perché in realtà anch’io vedo un’ambiguità nella domanda, solo individuandola in un aspetto diverso da quello della formulazione della protasi.

I. Questa è la mia posizione sulla questione Enrichesca, e sarei curiosa di sapere da Galatea (chi meglio di una prof.) se tiene o meno, e se non tiene dove cede ;)

(1) “Se dovessi andare a cercare il loro significato sul vocabolario, cosa cercheresti?”

Enrico interpreta la protasi con l’accezione: (1bis) “se ti si presentasse (ora/in futuro) la necessità di andare a cercare etc.”, ovvero le attribuisce lo stesso valore che avrebbe la protasi di una frase come: (2) “se dovessi cercare il significato (ora/in futuro) di parola x sul vocabolario, rimetti a posto il tomo dopo averlo usato.” O ancora, analogo “taglio”: (3) “se dovessi andare al supermercato, compra del formaggio”.

Nel caso (2) e (3) la protasi esplica un’azione che ha la possibilità di verificarsi o di non verificarsi; segue un’apodosi che sottende il verificarsi dell'”azione A” al verificarsi dell'”azione P”. E vabbè, fin qui siamo tutti d’accordo che sono ipotetici del primo tipo e il viaggio procede liscio.

Nel caso (1), però, la protasi postula ipoteticamente il verificarsi dell'”azione P” affinché l’apodosi possa esplicare la possibilità del verificarsi dell'”azione A”. Cioè, nel periodo (1) “necessità di cercare” è il dato certo da cui si parte.

Un esempio come questo: (4) “se dovessi invitare Giulia alla tua festa, ricorda che è vegetariana.” Ora, qui esistono due “uscite”. Pillola rossa: Enrico non ha intenzione di invitare Giulia, dunque non ha bisogno di ricordare che è vegetariana. Il comando nell’apodosi è ignorato perché non si sono verificate le condizioni per “attivarlo”. Pillola blu: Enrico ha intenzione di invitare Giulia, dunque ha bisogno di ricordare che è vegetariana. Il comando nell’apodosi è seguito perché “attivo” nelle condizioni poste.

Tuttavia in una frase come: (5) “se dovessi invitare Giulia alla tua festa, ricorderesti che è vegetariana?” la situazione è notevolmente differente, perché l’azione P è attivata “con la forza” nel contesto ipotetico, e la “biforcazione delle pillole” avviene al livello dell’apodosi, piuttosto che della protasi.

Ovviamente in (1) l’azione A implica una risposta articolata, piuttosto che rigida, ma rimane il fatto che l’incertezza abbia il focus sull’apodosi e non sulla protasi.

II. Per quanto riguarda l’ambiguità di cui parlavo all’inizio (anche se ovviamente trascurabile e resa nulla nel contesto in cui la domanda è posta), essa esiste perché è lecito immaginare che non vi sia possibilità di risposta errata, qualunque sia quella data da Enrico o chi per lui. Infatti in (1), per come la domanda è posta, si richiede all’interlocutore di rispondere con quello che lui andrebbe a cercare sul dizionario, non con ciò che, oggettivamente, si dovrebbe cercare. Astraendola dal contesto, a (1) si può rispondere con “mangiare”, “ho mangiato”, “mangiai”, “mangiassimo”, “all mimsy were the borogoves” e così via senza mai cadere in errore.

EDIT: Galatea non ha, ad oggi (09/04/2014), approvato la pubblicazione del mio commento all’articolo, ma tenevo a specificare che l’ho effettivamente inviato: non sono completamente pazza e ancora non parlo col fantasma di Amleto (credo!).

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TV Series-Fever Relapses Are Embarassing, Dangerous Stuff That Can (Seldom) Be Avoided

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I swear I’ve no intention to be dragged again in the pit of hellish comedy malfunction disaster that is season four (but also three and two and… wait.) of GLEE, so (cough) I hope you don’t mind my need to put down in words what follows: Chris Colfer, that bit of Come What May acting (okay, mostly it was Kurt’s looks, to be fair) you pulled off in last night episode was way too Byronian(ish) for me not to wordvomit over it just for a little while. Let’s just say Kurt’s face during the slow-dance sequence was a much appreciated, long-awaited hint of believable character development. Thank you, stunted emotional outbursts. Also, Blaine was a less-than-usual hot cutie with dangerously flammable hair, which is kind of an improvement, I imagine. Your nail-polished, curly soul is in there somewhere, Darren, darling. The canopy was super-useful for all that symbolic little coreography but not less ugly and pompous for it. Sweet little touch with the Bugs Bunny style door. Ryan Murphy your Chris-love is showing. As usual.